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Convegno Internazionale di Storia Militare |
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NOTA . Proprietà letteraria (copyright © 2007) di Domenico Carro.
Testo completo dei Saggi Classici: nella collana
ROMA AETERNA edidit
Il popolo romano si sviluppò e si espanse approdando su tutti
i litorali del mondo allora conosciuto, e diffuse la propria civiltà
in modo così profondo e duraturo, che, come dice Floro, "i
lettori delle sue imprese non apprendono la storia di un solo popolo, ma
del genere umano" [1].
Vi è qui un primo motivo d'interesse, direi universale, per
le vicende navali dei Romani. Il nostro interesse dovrebbe poi acuirsi
nel considerare che il principale teatro ed il cuore delle attività
marittime di Roma era questo mare che la Storia collocò al centro
del nostro mondo. L'interesse storico dovrebbe infine impennarsi vertiginosamente,
per portarsi fino ai livelli estremi, nel constatare che i Romani sono
stati: i primi a conseguire ed esercitare il potere marittimo sull'intero
bacino del Mediterraneo (e ben oltre), ed i soli che siano mai riusciti
a porre tale mare, per intero, sotto il proprio pieno controllo e sotto
le proprie leggi, come accadde nel corso dell'intera durata dell'Impero.
Ed è del tutto appropriata, a questo proposito, la seguente osservazione
di Michel Reddé: "On parle bien souvent de thalassocratie
athénienne pour évoquer l'éphémère puissance
navale de la cité de Périclès en mer Egée.
Pourquoi ne parlerait-on pas de thalassocratie romaine pour désigner
cette domination d'un peuple, unique dans l'histoire, sur toute la Méditerranée,
pendant quatre siècles?" [2].
Vediamo bene che questo Impero non ebbe una natura continentale,
ma una vocazione genuinamente marittima: fin dall'inizio della propria
espansione, Roma si proiettò attraverso il mare verso sponde remote
del Mediterraneo, di cui occupò progressivamente - sempre per via
marittima - tutti i litorali, fino a fare di quell'ampio e bellicoso mare
un placido "lago" interno brulicante di vita, di traffici commerciali
e di ogni genere di altre attività marittime, come pesca, viaggi
e diporto; ed anche quando le sue conquiste si addentrarono nel continente
europeo, a partire dalla guerra Gallica, Roma trovò più connaturale
varcare l'Oceano e sbarcare in Britannia piuttosto che concentrare lo sforzo
delle sue legioni verso la Germania transrenana.
I Romani, quindi, pur compiacendosi delle proprie antiche origini pastorali
ed agresti (con qualche nostalgia di maniera per i miti bucolici dell'età
dell'oro), hanno evidentemente provato verso il mare una singolare
ed inconfessata attrazione, che li ha indotti a farne il fulcro della loro
grande strategia. Vi possono essere stati alti e bassi, qualche
errore, qualche incoerenza, qualche ingenuità (la scarsità
delle informazioni pervenuteci su molti periodi critici non ci consente,
peraltro, di esprimere giudizi inappellabili), ma i risultati strategici,
sotto l'ottica del potere marittimo, sono comunque inequivocabili.
Vale quindi la pena soffermare l'attenzione sulla dimostrata capacità
dei Romani di imporsi, sul mare, nei confronti di tutte le maggiori e certamente
non remissive potenze marittime del Mediterraneo.
Nella redazione di questo breve saggio mi sono essenzialmente basato
sulla ricerca bibliografica di tutte le fonti antiche utili ai fini della
ricostruzione della storia navale e marittima di Roma [3],
nonché sull'analisi degli eventi significativi attraverso i quali
i Quiriti sono pervenuti a quel completo dominio dei mari su cui
si è instaurata la Pax Romana [4].
Prima di trarre le conclusioni, occorre sgomberare il campo dalla radicata prevenzione, che affligge molti studiosi dell'antichità, secondo cui i Romani sarebbero stati del tutto privi di familiarità con il mare ed avrebbero transitoriamente superato la loro avversione solo quando costretti dagli eventi, in mancanza di qualsiasi altra alternativa, ricorrendo comunque all'esperienza di comandanti ed equipaggi non romani, provenienti dalle ben più qualificate marinerie d'Italia e del mondo ellenico. Innanzi tutto dovremmo chiederci come mai i Romani stessi considerarono autentici Romani il campano Nevio, l'apulo Ennio, il reatino Varrone, l'arpinate Cicerone e poi perfino i transpadani Virgilio e Tito Livio, mentre a noi tocca subire questo barbarico snobismo che non sa trattenersi dall'arricciare il naso nell'apprendere che le vele di una nave romana vennero sciolte anche da qualche marinaio proveniente da Anzio, o da Terracina, o dalla Campania. E lo stesso ragionamento va esteso, nel periodo dell'Impero, ai marinai provenienti da qualsiasi parte del Mediterraneo, le cui sponde furono romanizzate senza alcuna preclusione, visto che ebbero un'origine non italiana perfino molti imperatori di Roma (fra quelli di prima grandezza: Traiano dalla Spagna, Settimio Severo dall'Africa e Diocleziano dalla Dalmazia). Dovremmo poi ricordarci che i comandanti delle flotte furono tutti Romani, e non risulta ch'essi abbiano mai delegato le decisioni di propria competenza; anzi, abbiamo perfino visto Lucullo, alla testa di una flotta interamente procuratagli dagli alleati, impartire non solo ordini tattici, ma anche ordini di manovra, all'espertissimo comandante rodio della nave rodia ov'era imbarcato. Infine, dobbiamo rammentare che le decisioni, a livello strategico, sulla gestione del potere marittimo risalivano necessariamente al massimo livello politico di Roma: ai consoli e, soprattutto, al Senato. Dobbiamo quindi concluderne che l'utilizzo del mare e del potere marittimo era indiscutibilmente soggetto ad una volontà esclusivamente romana; allo stesso modo, tutto romano era l'impulso per lo sviluppo dei traffici commerciali marittimi, tipicamente romano era il pragmatico sfruttamento di ogni possibilità di trasporto navale, assolutamente romana era l'inventiva e la concreta capacità realizzatrice di imponenti opere marittime (costruzione di grandiosi porti artificiali, scavo di canali navigabili, creazione di una vera e propria rete di fari sistemati sui punti più cospicui delle coste mediterranee ed oceaniche, impianto di parchi marini e di estesi complessi di vasche per l'allevamento dei pesci, ecc.), squisitamente romana era la voglia di godere della bellezza e delle piacevolezze del mare costruendosi le ville quanto più possibile vicine alla riva, lungo le coste delle regioni più amene o nell'incantata tranquillità delle isole. Se questa non è conoscenza, confidenza ed amore per il mare, non sapremmo di che altro potrebbe trattarsi. Detto questo, possiamo senz'altro adottare il parere espresso da Michel Reddé, che non esita a classificare quei pregiudizi come dei "clichés, dont la fausseté est éclatante" [95].
La nascita del potere marittimo di Roma, come abbiamo visto, non derivò da ambizioni egemoniche (palesi presso le maggiori monarchie ellenistiche, come Macedonia, Ponto, Siria ed Egitto) ma da esigenze primigenie di mera sopravvivenza: i Romani compresero molto presto che loro sicurezza dipendeva strettamente dalla possibilità di navigare, al fine di assicurare l'afflusso dei rifornimenti vitali e di mantenere il controllo delle coste e delle acque d'interesse. Il potere marittimo rappresentò quindi, per essi, una necessità, così come venne indicato, con efficacissima sintesi, dal celeberrimo "navigare necesse est" di Pompeo Magno. Per la sicurezza delle coste (quelle soggette alla propria sovranità e quelle delle popolazioni alleate) e della crescente flotta mercantile utilizzata, Roma provvide in un primo tempo ad estendere gradualmente il proprio controllo marittimo, con le navi da guerra di cui si era dotata, e poi a confrontarsi, con straordinaria determinazione, con la maggiore potenza marittima esistente nel Mediterraneo: Cartagine. Avendo in tal modo acquisito la supremazia navale, Roma poté superare vittoriosamente una ininterrotta serie di guerre (oltre alla immane II guerra Punica, vi sono tre guerre Illiriche, tre guerre Macedoniche, una guerra Siriaca, una Istrica e svariate in Spagna), che, pur se originate da ragioni eminentemente "difensive", la portarono, col determinante concorso delle sue forze marittime, ad allargare progressivamente la propria area d'influenza oltremare, fino ad interessare tutti i litorali bagnati dal Mediterraneo.
L'affermazione del potere marittimo di Roma, pertanto, non fu basata su poche fortunose vicissitudini, ma su una sequenza di scelte del tutto razionali e coerenti, come risulta con chiarezza perlomeno dai periodi sui quali ci è pervenuta una sufficiente copertura storiografica: "Le azioni di Roma, almeno dalla Prima Guerra Punica a quella Siriaca, dimostrano chiaramente la comprensione dell'importanza del potere marittimo e la persecuzione di un ben preciso indirizzo per ottenerlo in modo assoluto su tutto il Mediterraneo" [96]. Nei periodi meno documentati, le poche informazioni disponibili non ci danno l'evidenza di qualche concreta inversione di tendenza (che non troverebbe, peraltro, alcuna spiegazione plausibile), pur mostrandoci alcune transitorie situazioni di gravi scompensi scaturiti dalla crisi istituzionale che generò l'Impero. In ogni caso, la successione dei grandi eventi marittimi che hanno portato Roma al dominio dell'intero Mediterraneo lascia comprendere che, in occasione delle singole scelte di volta in volta operate, anche quando pressati da terrificanti emergenze interne, i Romani mantennero sempre ben presente la valenza strategica del potere marittimo e l'esigenza di cogliere tutte le occasioni favorevoli per consolidarlo. Vi sono peraltro certi severi critici moderni, imbevuti di proprie certezze marinare, che amano evidenziare nella gestione delle questioni navali romane ogni possibile sintomo di inesperienza ed incompetenza: ma se così fosse, occorrerebbe comunque spiegare come fecero i Romani, di ingenuità in ingenuità, di incoerenza in incoerenza, di errore in errore, a pervenire, dopo essersi confrontati per mare con tutte le maggiori potenze navali dell'epoca, alla più assoluta forma di dominio dei mari che sia mai stata concepita.
L'approccio romano ai problemi navali e marittimi va quindi studiato
con umiltà e rispetto; così come è difficile che un
marinaio non sappia riconoscere un altro marinaio, ci risulterebbe impossibile
non attribuire ai Romani tutto il merito per gli straordinari risultati
ch'essi seppero conseguire per mare. Dall'esame di quelle vicende, inoltre,
emerge con assoluta evidenza la spiccata sensibilità dei Romani
per le proprie esigenze marittime (parlando del porto di Ostia e di quelli
viciniori, Cicerone disse ai Senatori: "quei porti che vi danno
la possibilità di vivere e di respirare"
[97]), e la più che convincente loro capacità
di utilizzare lo strumento navale nell'intera gamma delle missioni possibili,
secondo la logica perenne che regola la gestione del potere marittimo.
[ 1] Flor. I, 1, 1-2; da "Floro - Epitome di Storia Romana", a cura di Eleonora Salomone Gaggero, Rusconi Libri, Milano, 1981.
[ 2] Michel Reddé, Mare Nostrum - Les infrastructures, le dispositif et l'histoire de la Marine Militaire sous l'Empire Romain, école Française de Rome, Roma, 1986.
[ 3] Domenico Carro, Classica (ovvero "Le cose della Flotta") - Storia della Marina di Roma - Testimonianze dall'antichità, Rivista Marittima, Roma, 1992-2003 (12 volumi).
[ 4] Domenico Carro, Maritima - La Marina di Roma repubblicana, Forum Editore, Roma, 1995.
[95] Michel Reddé, Mare Nostrum (op. cit.).
[96] Antonio Flamigni, Il Potere Marittimo in Roma antica ... (op. cit.).
[97] Cic., De imp. Cn. Pomp., 11-18 (31-55); da "Le orazioni di M. Tullio Cicerone - Volume secondo", a cura di Giovanni Bellardi, U.T.E.T., Torino, 1981.
