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NOTA . Proprietà letteraria (copyright © 2008) di Domenico Carro.
Nell'odierna psicosi catastrofista, così morbosamente propensa ad echeggiare allarmi incontrollati (che finiscono per annacquare quelli davvero meritevoli di attenzione), le crescenti preoccupazioni per il futuro tendono a far sottovalutare le immani catastrofi realmente verificatesi nel passato e le gesta di coloro che con esse si sono confrontati.
È il caso dell'eruzione vesuviana del 79 d.C., durante la quale Plinio il Vecchio perse la vita. Se quel cataclisma vulcanico risulta comunemente percepito come un fenomeno scontato e tutto sommato utile, poiché sotto la sua cenere preservò delle intere città antiche, la morte dell'erudito scrittore romano viene per lo più ricordata come un gustoso aneddoto, addebitandola sbrigativamente alla temeraria imprudenza causata dalla
curiosità scientifica. E così, il tutto può essere metabolizzato senza traumi, visto che, a distanza di due millenni, le nostre superiori conoscenze storiche e vulcanologiche ci consentono di godere di tesori archeologici inestimabili e di relegare la fine di Plinio fra le conseguenze di una sconsiderata noncuranza del pericolo.
Quella morte, tuttavia, avvenne nell'ambito di un intervento navale romano sulla costa vesuviana, che era sconvolta, in realtà, da una sciagura inaudita. Tale intervento, inoltre, non ebbe affatto la veste di un'avventata ricognizione fine a sé stessa, ma fu una vera e propria operazione di soccorso, e come tale esso va giudicato.
Per poter pervenire ad un'obiettiva valutazione storica e marinaresca di quanto venne compiuto, è necessario esaminare preventivamente i seguenti aspetti pertinenti:
- la fisionomia delle operazioni navali di soccorso, ai nostri tempi e nell'antichità,Tenendo conto dei predetti dati, potremo poi analizzare le varie fasi in cui si è svolta l'operazione navale romana:
- la decisione di intervenire,
- la navigazione,
- lo sbarco di Plinio,
- l'epilogo dell'operazione.
Cosa siano le operazioni di soccorso navale, ben pochi lo sanno, anche se di tanto in tanto le fonti mediatiche ne riferiscano qualche marginale aspetto che "fa notizia". Eppure pressoché tutti gli uomini e le donne della nostra Marina Militare, che siano stati imbarcati sulle forze aeronavali della stessa Marina o sui mezzi della Guardia Costiera, ne possiedono un'esperienza indelebile, per il contributo fornito alla salvaguardia della vita umana e per il totalizzante impegno delle navigazioni dedicate a tali emergenze repentine.
Due delle caratteristiche salienti di tali operazioni sono infatti il loro carattere improvviso e la loro elevatissima priorità, essendo esse finalizzate alla salvezza di vite umane in situazione di imminente pericolo, sulle acque marine o in aree costiere colpite da calamità. Nel primo caso, il soccorso navale contribuisce alle operazioni di ricerca e salvataggio in mare mediante le missioni dette di SVH [1];
nel secondo caso esso effettua gli interventi in costa più opportuni a seconda delle specifiche necessità.
Questo criterio viene ovviamente seguito da tutte le maggiori marine militari, come si è visto, ad esempio, subito dopo il disastroso terremoto-maremoto verificatosi nello Stretto di Messina a fine dicembre 1908, quando le iniziative di soccorso intraprese dalla Regia Marina furono prontamente affiancate dagli interventi umanitari recati da unità delle altre principali potenze navali dell'epoca [2].
A sua volta, l'Italia ha sistematicamente inviato dei soccorsi con le proprie navi da guerra nelle altre aree marittime colpite da gravi calamità, sia nel Mediterraneo, sia in aree oceaniche raggiungibili in tempo utile [3].
L'esperienza tratta dall'intensa attività operativa svolta per le varie missioni di soccorso navale evidenzia chiaramente una terza importante caratteristica di tali operazioni: in tutte le situazioni in cui un ritardo di intervento pregiudichi la salvaguardia di vite umane, la finalità della missione esige inevitabilmente l'accettazione di un livello di rischio più elevato di quello normalmente contemplato. Naturalmente ogni comandante valuta con attenzione fino a che punto può spingersi senza compromettere la sicurezza della propria unità e del relativo equipaggio. Ciò nonostante, non si può affatto escludere che, in situazioni particolarmente severe, anche il migliore dei comandanti, con un equipaggio perfettamente addestrato e professionale, possa subire qualche sinistro ascrivibile a causa di forza maggiore [4].
Avendo tratteggiato, per sommi capi, il corretto approccio concettuale alla condotta di un'operazione di soccorso da parte degli odierni comandanti navali militari, dovremmo cercare di capire se un analogo atteggiamento mentale abbia potuto essere presente anche presso le flotte dell'antica Roma. A tal proposito va innanzi tutto ricordato che, dall'antichità fino a tutto il XIX secolo, le possibilità del soccorso navale, inibite dai limiti delle comunicazioni, erano ristrette a rare circostanze per lo più fortuite [5].

