[1] Salvezza della vita umana. La sigla SVH è derivata dai termini francesi utilizzati nelle convenzioni internazionali che regolano il soccorso in mare, ma corrisponde anche all'espressione latina salus vitae humanae. Essa si usa in particolare per indicare il servizio di soccorso d'ufficio affidato ai mezzi navali ed aerei dello Stato.
[2] Il 28 dicembre, quando si verificò il cataclisma, erano già presenti a Messina l'incrociatore Piemonte e quattro torpediniere (Saffo, Serpente, Scorpione e Spica), che iniziarono subito le operazioni di soccorso. Il giorno stesso, il Governo Giolitti (informato da un dispaccio telegrafico trasmesso dalla torpediniera Spica, appositamente recatasi a Nicotera Marina) decise l'invio a Messina di altre quattro unità maggiori: le corazzate Regina Margherita, Regina Elena e Vittorio Emanuele (con a bordo il Re e la Regina) e l'incrociatore Napoli. I primi soccorsi navali stranieri giunsero a Messina il giorno seguente, ad opera della marina imperiale russa che aveva delle navi nel porto di Augusta per delle esercitazioni: giunsero così le corazzate Slava e Cesarevic e l'incrociatore Makarov, successivamente affiancati dall'incrociatore Bogatir e da due cannoniere. Alle operazioni di soccorso parteciparono altresì delle navi da guerra britanniche, francesi, germaniche, greche, spagnole e statunitensi.
[3] L'elenco degli interventi di soccorso navale effettuati nel dopoguerra è decisamente lungo. Fra quelli compiuti all'estero si possono citare, a titolo di esempio, la missione del cacciatorpediniere Indomito in Marocco dopo il terremoto di Agadir del 1960, quella degli incrociatori Vittorio Veneto ed Andrea Doria in Tunisia dopo l'alluvione del 1973, e quella della nave da sbarco S. Giorgio nel Mar di Marmara in seguito al terremoto del 1999. Fra gli interventi oceanici in acque più lontane, va ricordata la missione di soccorso effettuata dal VIII Gruppo Navale (Vittorio Veneto, Doria e Stromboli) nel Mar Cinese meridionale nel 1979.
[4] Ad esempio, è evidente che in una navigazione di soccorso nel mare in burrasca aumenta considerevolmente il rischio che si verifichi qualche incidente al personale o il danneggiamento di alcuni materiali di bordo. Nonostante ogni precauzione, infatti, sarebbe illusorio immaginare che sia del tutto scongiurata la possibilità che qualcuno – ancorché esperto ed accorto – riporti qualche contusione o che vadano in frantumi piatti e bicchieri (tanto per citare gli inconvenienti di più limitata rilevanza).
[5] Questa è stata evidentemente una difficoltà cronica fino all'avvento della radio e degli altri moderni sistemi di comunicazione, poiché solo la tempestiva conoscenza della sopravvenuta emergenza può consentire l'avvio di un efficace intervento di soccorso. Comunicando solo con segnali ottici o tramite messaggeri, e disponendo di navi dalle prestazioni alquanto modeste, per velocità e tenuta al mare, le occasioni nelle quali poteva risultare fattibile ed utile un soccorso navale si configuravano solo in presenza di un aleatorio insieme di coincidenze favorevoli.
[88] Una spiegazione suggestiva, influenzata da fonti elleniche, viene data da Lucrezio Caro: "Ora spiegherò quale sia la ragione per cui attraverso le fauci del monte Etna spirano a volte fuochi con turbine tanto grande. ... In primo luogo, la natura di tutto il monte è cava di sotto, generalmente sostenuta da caverne di basalto. In tutte le spelonche, inoltre, ci sono vento ed aria. Giacché vento diventa l'aria quando è stimolata da agitazione. Esso, quando si è molto scaldato e calde ha fatte, infuriando, tutte le rocce intorno, dove tocca, e la terra, e ne ha fatto prorompere un caldo fuoco con fiamme veloci, si leva e si lancia così, dritto per le fauci, in alto. E così sparge la vampa lontano, e lontano dissemina le faville, ed emette turbini di fumo con densa caligine, e insieme caccia fuori massi di mirabile peso ..." (Lucr. VI, 2). Un'analoga teoria è accennata da Seneca: "sottoterra esiste una grande quantità di zolfo e di altre sostanze non meno atte ad alimentare il fuoco: quando un soffio si contorce mulinando per questi luoghi in cerca di una via d'uscita, non può non accendere una fiamma col suo stesso attrito; poi, quando le fiamme si sono propagate su più vasto tratto, anche se vi era dell'aria stagnante è obbligata a mettersi in movimento per rarefazione e a cercare la sua strada con sforzo impetuoso e immenso fragore." (Nat. quaest., V, 14, 4)