LE NAVI DI ROMA

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Per mare con gli antichi Romani

Articolo preparato per la rivista NEWSTAR
ed ivi pubblicato sul numero 5 di Aprile 2004.
Il testo viene qui riprodotto per gentile concessione dell'Editore.
di DOMENICO CARRO

«NAVIGARE ... NECESSE EST!», ruggì il vecchio Pompeo, trattenendo l'ampio mantello agitato dal vento impetuoso; ed aggiunse, ringhiando fra i denti: «vivere non est necesse!», mentre i suoi comandanti lo guardavano allibiti. Poi diede l'ordine di salpare immediatamente, ed egli stesso fu il primo a prendere il mare, ponendosi alla testa del convoglio, incurante della tempesta.

È più o meno così che dovremmo immaginare quella terribile scena. Pompeo Magno era ormai giunto alla cinquantina, ed era carico di gloria per gli strepitosi successi conseguiti su tutte le sponde del nostro mare, dalla Spagna alla Palestina. Dieci anni prima egli l'aveva completamente ripulito, tutto quel mare, dalla più insidiosa delle minacce. Delle miriadi di flottiglie di pirati, sotto l'impulso del re Mitridate, nemico dei Romani, si erano riversate in tutto il Mediterraneo, depredandovi il traffico mercantile, paralizzando per lunghi decenni la navigazione, e riducendo Roma ai limiti della sopravvivenza per la mancanza dei rifornimenti. Ma Pompeo, nominato comandante supremo delle forze romane, con una flotta di cinquecento navi da guerra riuscì in meno di tre mesi a rastrellare tutte le acque, purgandole definitivamente dai pirati e ripristinando in tal modo la libertà di navigazione. Poi, avendo bloccato con quelle stesse navi tutte le coste orientali, dalla Fenicia alla Crimea, costrinse Mitridate ad una fuga verso la propria perdita.
A distanza d'un decennio, poiché le provviste di viveri a Roma si erano di nuovo assottigliate pericolosamente in seguito ad una grave carestia, Pompeo era stato nominato responsabile dell'annona, ossia dell'approvvigionamento dei principali generi alimentari necessari alla popolazione dell'Urbe. Egli aveva allora mobilitato tutte le navi mercantili romane ed aveva fatto vela per la Sardegna, la Sicilia, e l'Africa, raccogliendo cereali ed altre derrate. Poi, al momento di salpare per il rientro ad Ostia, i suoi comandanti gli avevano rappresentato l'opportunità di rinviare la partenza a causa delle avverse condizioni del mare. Ma qualsiasi ritardo parve inaccettabile al Magno, e fu per questo ch'egli li sferzò con quella frase sbalorditiva e solo apparentemente paradossale. In effetti le loro vite, per quanto importanti, non erano indispensabili, mentre la navigazione era realmente un'esigenza vitale per Roma. In altre parole, il flusso dei rifornimenti marittimi aveva una priorità talmente elevata da giustificare anche il rischio di perdere qualche nave ed i relativi uomini di equipaggio.

Non vi era peraltro nulla di nuovo nell'uso delle navi per le necessità primarie della Città eterna. Senza le navi e senza una ferrea determinazione nello sfruttare i molteplici vantaggi della navigazione, i Romani non avrebbero potuto lasciare nemmeno il loro nome nella Storia. Fin dalle loro più antiche origini, infatti, essi non sarebbero riusciti ad affrancarsi dal possessivo condizionamento degli Etruschi, né a resistere al soffocante accerchiamento delle città latine. Successivamente, sarebbe stato loro impossibile associare a sé l'intera Italia, sfidare e vincere i potentissimi Cartaginesi sul mare, nonché imporsi sulle più rinomate ed esperte potenze navali del mondo ellenistico. Per finire, essi non sarebbero certamente pervenuti a conquistare, pacificare ed amministrare in piena sicurezza un impero che estendeva in massima parte lungo l'intero perimetro di questo nostro «mare immenso», quale era il Mediterraneo per gli antichi (secondo l'espressione usata da Cicerone in una sua celebre orazione).
Si tratta di una realtà che traspare con la massima evidenza dall'analisi di tutte le tappe fondamentali dell'ultramillenaria storia dell'antica Roma. Se ne hanno anche infinite conferme nei ritrovamenti archeologici disseminati nelle estese aree marittime dell'impero, così come lungo i suoi principali fiumi e presso ogni altra via d'acqua o specchio d'acqua che i Romani solcarono con le loro navi. Basti pensare, al riguardo, che perfino il piccolo lago vulcanico di Nemi fu la sede di due gigantesche navi imperiali, dalle caratteristiche tecniche certamente non inferiori a quelle delle grandi navi marittime.

Nell'esaminare questi aspetti affiora spontaneamente il ricordo di un vecchio ritornello che compariva in molti dei nostri testi di storia. Abbiamo sentito ripeterci ossessivamente che, date le loro origini pastorali ed agresti, i Romani riuscirono ad essere potentissimi solo sulla terraferma, mentre si mantennero sempre piuttosto incompetenti nelle questioni navali, e comunque talmente a disagio sul mare da trovarsi costretti a dotare le proprie navi di accorgimenti atti a "trasformare la battaglia navale in battaglia terrestre".
A tal proposito, basta avere una minima conoscenza delle cose di mare per capire che chiunque riesca ad arrembare una nave nemica ed a catturarla in alto mare, non ha combattuto una battaglia terrestre, ma ha compiuto una delle imprese navali più felici e più autenticamente marinaresche. E poco importa se ha effettuato il trasbordo con l'ausilio di ramponi o di passerelle fisse o mobili, perché tutta la condotta dell'azione, dall'avvicinamento all'affiancamento, all'abbordaggio ed all'arrembaggio non potrebbe aver successo senza una perizia navale e marinaresca superiore a quella del nemico. È allora lecito tagliar corto, dicendo che, per stabilire quale sia stata l'abilità dei Romani sul mare, è sufficiente giudicare in base ai risultati: essi si sono confrontati per mare con tutte le più esperte marinerie del mondo antico ed hanno sempre conseguito il successo finale, come può fare solo chi sa individuare e porre in atto la migliore strategia marittima, possedendo altresì i migliori equipaggi.

Sarebbe però riduttivo pensare che, per i Romani, tutto il pregio delle proprie navi consistesse nella loro capacità di imporsi su quelle nemiche, per rafforzare l'egemonia di Roma e per assicurare il commercio marittimo necessario all'approvvigionamento della città. In realtà, la sequenza storica degli eventi marittimi evidenzia un altro aspetto poco noto del mondo romano. In origine, come si è detto, i Romani iniziarono a navigare, prima sul Tevere e poi sul mare, per importare i propri rifornimenti vitali nonostante l'accerchiamento dei nemici. Poi, non appena ne ebbero la possibilità, essi svilupparono dei traffici marittimi più ampi, con delle finalità puramente commerciali. Trattandosi di un'attività che era tanto più redditizia quanto maggiori erano i rischi, la ricerca di buoni affari portò gli armatori romani ad estendere sempre più le proprie rotte al di là delle aree soggette all'influenza di Roma. In tal modo, grazie alla spiccata intraprendenza di armatori e marittimi, le navi furono lo strumento che, più di ogni altro, contribuì alla straordinaria vitalità della politica estera dell'antica Roma, precedendo, incentivando e rendendo possibile la progressiva espansione romana oltremare.
D'altra parte, tale espansione è avvenuta innanzi tutto e prevalentemente per via marittima. Infatti, dopo aver acquisito il controllo della nostra Penisola, i Romani sbarcarono prima in Sicilia, in Sardegna ed in Corsica, poi sulla sponda occidentale della penisola balcanica, quindi sulle coste iberiche, successivamente in Africa, per poi proiettarsi sulle rive del Mediterraneo orientale, ad iniziare dalla Grecia e dall'Asia minore. Tutte queste operazioni avvennero naturalmente con l'impiego di immani flotte da guerra, oltre a centinaia e centinaia di navi da trasporto per l'imbarco delle legioni, delle armi, delle macchine belliche, dei cavalli e dei rifornimenti. Solo dopo essere sbarcati sulle predette coste i Romani iniziarono a pensare alla Gallia transalpina e ad altre conquiste prettamente terrestri. E comunque, anche nelle campagne continentali, essi seppero usare molto opportunamente le navi: costruirono delle grandi flotte oceaniche per poter assumere il controllo di certe particolari regioni marittime, come la penisola della Bretagna durante la guerra Gallica, o per aggirare dal mare le resistenze nemiche, come fecero più volte a nord della Germania, sotto il comando di Druso, di Tiberio e di Germanico. Queste stesse flotte vennero successivamente potenziate per gli sbarchi in Britannia effettuati da Cesare e da Claudio.

Con l'avvento dell'impero, tuttavia, il ruolo delle navi subì un'ulteriore evoluzione. Valorizzando l'opera del suo grande ammiraglio Agrippa, Augusto diede l'avvio alla costituzione di quelle flotte militari permanenti che vigilarono sul rispetto della legalità in mare per tutta la durata dell'impero. Altre flotte vennero poste sui due grandi fiumi di confine, il Reno ed il Danubio, con funzioni di controllo e dissuasione.
Nel frattempo, approfittando della durevole situazione di pace che si era instaurata all'interno dell'impero, i traffici marittimi vennero potenziati, dando un deciso impulso alle costruzioni navali, creando nuovi porti, ampliando quelli vecchi, migliorando la rete dei fari e le infrastrutture. La navigazione nelle acque interne subì anch'essa un analogo incremento, sia sul Tevere, per i rifornimenti di Roma dal mare e dall'entroterra, sia tutti gli altri grandi fiumi e lungo un buon numero di canali navigabili scavati dagli ingegneri romani.
Le fiorenti attività navali mercantili costituirono certamente un importante fattore di benessere, favorendo altresì, attraverso gli scambi commerciali ed i viaggi, il processo di progressiva integrazione di tutte le province dell'impero. Parallelamente, le migliorate condizioni di sicurezza lungo tutte le coste consentirono il moltiplicarsi delle attività dei pescherecci e delle unità da diporto, queste ultime a sicura testimonianza di quanto forte fosse, presso molti Romani, l'amore per il mare e per la navigazione.

Le navi stesse, le cui tecniche di costruzione beneficiarono ampiamente della solida competenza e della genialità dell'ingegneria romana, vennero particolarmente amate. I Romani le considerarono infatti delle vere e proprie opere d'arte, prescindendo dalla presenza o meno di decorazioni, purché esse possedessero i migliori requisiti nautici ai fini della navigazione.
Cicerone, parlando delle parti fondamentali di una nave, come la carena, la prora, la poppa, l'albero, i pennoni e le vele, disse che esse offrivano uno spettacolo di tale eleganza da far pensare che fossero state progettate non solo per la sicurezza, ma anche per fini estetici.
A sua volta Seneca volle sottolineare in tal modo i reali pregi di una nave:

«La nave che viene giudicata buona non è quella dipinta con colori preziosi, o dal rostro argentato o dorato, né è quella con la divinità protettrice scolpita in avorio, o carica di tesori o di altre ricchezze regali, ma è la nave ben stabile e robusta, con giunture saldamente connesse ad impedire ogni penetrazione dell'acqua, tanto solida da resistere agli assalti del mare, docile al timone, veloce e non succube dei venti.»

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