Rivista bimestrale Voce Romana
n° 17 - settembre-ottobre 2012

Monumenti Navali di Roma (XI)


L'arco di Claudio


di DOMENICO CARRO


Se Augusto ebbe la singolare capacità di conferire all'impero romano un assetto destinato a rimanere sostanzialmente stabile per molti secoli, il dominio di Roma beneficiò comunque di alcune successive espansioni territoriali, che furono particolarmente significative oltre-Manica, oltre il Danubio ed in direzione del Golfo Persico. Ci occuperemo ora della prima, rinviando le altre due (entrambe dovute a Traiano) al prossimo numero.

Dopo le sue due spedizioni navali in Britannia, Giulio Cesare ne aveva riportato molto bottino di vario genere e degli ostaggi, a garanzia del rispetto dei patti, che includevano il versamento di un tributo. Il risultato maggiore era comunque stato quello di aver aperto l'isola ai traffici commerciali d'interesse romano. La situazione si era poi deteriorata poiché alcuni Britanni, vedendo che i Romani erano impegnati nelle guerre civili, si ritennero liberi di infrangere impunemente i trattati.

Pertanto Ottaviano Augusto diede l'avvio per ben tre volte, nel 34, nel 27 e nel 25 a.C., ad una spedizione militare in Britannia, ma ogni volta dovette rinviare l'operazione al sopravvenire di esigenze più urgenti in Dalmazia, in Gallia ed in Spagna. La terza volta, tuttavia, la sola predisposizione di una flotta da sbarco fu sufficiente ad indurre diversi sovrani britanni ad inviare ambascerie e doni all'imperatore, ponendo quasi tutta la Britannia a disposizione dei Romani. A quel punto, secondo il geografo Strabone, non era più vantaggioso inviare delle forze romane nell'isola, poiché il solo ulteriore vantaggio conseguibile sarebbe consistito in un piccolo incremento di tributi, somma insufficiente a mantenere il contingente militare oltre-Manica.

In realtà i benefici economici dei commerci con la Britannia permanevano soggetti all'atteggiamento ondivago dei vari re locali, che oscillavano fra la loro tradizionale xenofobia e l'opportunità di salvaguardare le buone relazioni con Roma. Il fatto che due re britanni, Dumnobellauno e Tincommio, si fossero sentiti costretti ad andare a rifugiarsi presso Augusto indica piuttosto chiaramente quanto inviso fosse ancora il partito filo-romano nei loro regni. Tale situazione era destinata a peggiorare durante il principato di Tiberio, intransigente tutore del più rigido immobilismo.

Toccò quindi al giovane Gaio Caligola riprendere in mano la questione dei rapporti con i Britanni. Egli lo fece con il suo stile beffardo ed anticonvenzionale, aborrito dai senatori, che fecero di tutto per screditare l'imperatore al fine di liberarsi di lui e di tutti i Cesari, ovvero di ogni ostacolo al recupero dei loro antichi privilegi. Ma poiché l'ostilità della classe senatoria comportò la distorsione dell'immagine del principe in una caricatura grottesca e demenziale, proprio per questo s'impone uno sforzo supplementare nell'indagare la reale essenza delle azioni che vennero da lui compiute.

Fra le iniziative assunte dall'imperatore Gaio, una di quelle che si presenta a prima vista fra le più strampalate è certamente la costruzione di un lungo ponte di navi sul mare, da Pozzuoli a Baia. L'inutilità pratica del ponte stesso e l'apparente vacuità dell'imperatore che vi scorrazzò sopra, prima a cavallo e poi su di una biga trainata da cavalli da corsa, risulterebbero francamente incomprensibili senza esaminare la cosa sotto l'ottica navale e nella prospettiva della politica estera. Un ponte di quelle dimensioni rappresenta in effetti una ben convincente dimostrazione di perizia tecnica, marinaresca ed organizzativa. Se si pensa poi alle circostanze ed alle modalità della sperimentazione, effettuata con grande visibilità, è piuttosto evidente ch'essa fosse finalizzata all'invio di un monito all'indirizzo dei Britanni, mostrando che i Romani possedevano perfino la capacità di attraversare un ampio braccio di mare con un lunghissimo ponte di navi sul quale potevano agevolmente transitare ingenti forze terrestri. D'altronde, la sottintesa minaccia di varcare lo stretto di Dover con un ponte del genere, ancorché alquanto più lungo, non avrebbe potuto essere considerata, a quei tempi, né velleitaria né tantomeno insensata.

Dopo questa manifestazione propagandistica a scopo dissuasivo, il giovane imperatore avviò una spedizione militare verso il nord della Gallia per occuparsi prima dei Germani e poi dei Britanni. Anche questa operazione in grande stile ci è stata riferita come un'indegna pagliacciata dovuta ai vaneggiamenti di un patetico squilibrato, ansioso di attribuirsi delle glorie militari che non erano alla sua portata. Eppure, al di là delle confuse e bislacche scempiaggini tramandate dalle fonti con penosa superficialità, i fatti, quei pochi fatti concreti che si possono comunque cogliere qua e là, delineano un'operazione tutt'altro che risibile.

Il principe radunò un esercito di inusitata consistenza (in totale, almeno 200.000 uomini, secondo Cassio Dione) e pose Galba, il futuro imperatore, a capo delle legioni contro i Germani. Egli armò anche una flotta, le cui dimensioni devono essere state di notevole ampiezza, coerentemente con la consistenza delle legioni destinate ad imbarcarvi. Con questa forza navale egli prese il mare e dopo aver navigato bene in vista della Britannia ed aver superato un limitato contrasto recato da navi britanniche (azione ricordata da Budicca una ventina d'anni dopo), egli tornò sulla spiaggia gallica per effettuavi un'attività che l'attuale dottrina navale chiama dimostrazione anfibia: un'operazione che, nell'ostentare l'efficienza del complesso meccanismo dello sbarco navale, serve a “mostrare i muscoli” al potenziale nemico. Nel caso specifico, non potendo ancora disporre delle legioni impegnate contro i Germani, il giovane imperatore aveva ricercato un risultato analogo a quello conseguito da Augusto mezzo secolo prima. Ma nelle azioni in mare egli stesso aveva anche ottenuto qualcosa di più: alcuni successi tattici conseguiti dai suoi luogotenenti ed il ben più valido successo strategico ottenuto con la sottomissione del principe britanno Adminio, che si era rifugiato presso di lui con il suo seguito dopo aver abbandonato il padre, il potente re Cinobellino.

Prima di lasciare la costa oceanica Gaio eresse a Gesoriaco (odierna Boulogne-sur-Mer) un altissimo faro per guidare la rotta dei marittimi che commerciavano con la Britannia. Avendo dunque completato anche questa ulteriore azione intesa ad incoraggiare il partito filo-romano in Britannia, rimaneva solo da attendere che quanto aveva seminato iniziasse a germogliare. In effetti non ci volle molto, ma il principe venne trucidato a Roma, meno di un anno dopo, da una congiura pilotata dai senatori. Il delitto, tuttavia, non comportò la prevista soppressione del principato, poiché i pretoriani trovarono nel palazzo lo zio di Gaio, Claudio, e lo imposero al Senato come imperatore.

Fu dunque lo zio Claudio a raccogliere a piene mani i frutti della politica estera del suo ardente ma screditato nipote. Pochi mesi dopo il suo avvento, egli riscosse il primo successo militare del suo principato, poiché Galba concluse vittoriosamente le operazioni belliche contro i Germani ordinategli da Gaio. A quel punto, poiché la Britannia continuava ad essere agitata da turbolenze a causa dello strappo provocato dalla defezione del principe Adminio, un altro re britanno, Verica, fu costretto a fuggire dall'isola ed a richiedere la protezione e l'intervento dei Romani. Claudio non ebbe dunque che da ordinare ad Aulo Plauzio di prendere le quattro legioni già predisposte da Gaio e non più impegnate contro i Germani, imbarcarle sulla flotta già approntata per la bisogna, effettuare lo sbarco navale in Britannia e poi avvertirlo se fossero sorte delle difficoltà.

Plauzio comprese l'antifona: si fermò al Tamigi, laddove incontrò un po' più di resistenza, e mandò a chiamare Claudio. L'imperatore partì da Roma navigando lungo il Tevere, poi da Ostia a Marsiglia, quindi sul Rodano e la Saona, per poi passare sulla Senna ed infine nella Manica fino a Gesoriaco, da dove effettuò la traversata verso la Britannia con ampi rinforzi, che includevano anche gli elefanti. Giunto al Tamigi lo varcò senza intralci grazie allo spavento suscitato dall'apparire del primo pachiderma; quindi ottenne in pochi giorni, senza alcun combattimento, la sottomissione di un'ampia parte dell'isola. Lasciò quindi il comando a Plauzio e salpò per rientrare a Roma dopo essere stato in Britannia solo 16 giorni.

Claudio volle però fare una deviazione a Ravenna, ove si imbarcò su una delle gigantesche navi fatte costruire da Gaio ed effettuò nell'alto Adriatico una prima cerimonia celebrativa della sua vittoria sulla Britannia. Il trionfo vero e proprio venne poi celebrato a Roma con tutto il fasto cui Claudio ambiva per aver varcato l'Oceano, ed egli stesso volle sottolineare questa impresa in mare ornando il frontone del Palazzo con una corona navale, come quella che Augusto aveva conferito al grande Marco Agrippa (nonno di Gaio) per le sue smaglianti vittorie navali. Nell'Urbe rimase il riallestimento monumentale di un'arcata dell'acquedotto dell'Acqua Vergine sulla Flaminia, come arco di trionfo dedicato a Claudio "per aver sottomesso in soli undici giorni, senza alcuna perdita, i re dei Britanni con i loro regni". Nonostante la tentata damnatio memoriae ai danni di Gaio, il segno del giovane principe permane comunque riconoscibile nella gloria attribuita allo zio Claudio.

© 2012 - Proprietà letteraria di DOMENICO CARRO.

  

Privacy Policy
MONUMENTI NAVALI ROMA MARITTIMA NAVIGARE NECESSE EST home