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NOTA . Proprietà letteraria (copyright © 2007) di Domenico Carro.
Testo completo dei Saggi Classici: nella collana
ROMA AETERNA edidit
Fra le interminabili guerre che accompagnarono i primi secoli di Roma, un posto specialissimo è occupato dalla prima guerra Punica, che fu certamente la prima guerra eminentemente navale condotta dai Romani, la più navale di tutte le guerre romane prima di quelle contro i pirati, e la più grande e più terribile delle guerre navali di tutti i tempi. Essa si colloca inoltre, nell'ultramillenario continuo temporale della storia romana, come uno dei più significativi punti di svolta, là dove la grande strategia di Roma viene riorientata in direzione del mare e dell'oltremare, verso la progressiva espansione transmarina [1] su tutte le sponde del Mediterraneo.
Ma questa guerra è anche quella su cui si sono appuntati i maggiori dubbi, le più radicate diffidenze ed i più fieri scetticismi di gran parte dei commentatori storici dell'epoca moderna, comprensibilmente insoddisfatti dalla scarsità delle antiche fonti disponibili e dalla loro non accertabile attendibilità. In effetti, data la perdita delle opere degli autori contemporanei o temporalmente più vicini a quegli eventi (salvo alcuni isolati frammenti del Bellum Poenicum di Nevio e degli Annali di Ennio), la ricostruzione storica della prima guerra Punica deve necessariamente partire dalla narrazione di Polibio [2], integrata con le limitate informazioni aggiuntive desumibili da Cornelio Nepote, Diodoro Siculo, Cicerone e Valerio Massimo, dalle asciutte Periochae della perduta seconda deca di Tito Livio e dalle Epitome da questa derivate, con il marginale conforto di alcuni autori successivi (Appiano, Dione Cassio, Polieno, ecc.) e di qualche rara fonte epigrafica. È veramente poco, soprattutto se si sospetta che Polibio, reo di nutrire un'aperta simpatia per la natura vincente dei Romani, abbia voluto alterare deliberatamente i fatti, con finalità panegiriche o nell'intento di rendere più fascinoso il proprio racconto.
Il dubbio è legittimo, ed è anzi sempre doveroso nell'indagine storica, ma non è al momento suffragato da alcuna manifesta presenza di interpolazioni nell'intero testo delle Storie di Polibio; né possiamo oggi disporre di alcun altro elemento concreto per convalidare o per rimuovere quel sospetto. L'area operativa più critica del conflitto - le acque e le coste della Sicilia occidentale e delle Egadi - non hanno finora fornito testimonianze decisive al riguardo, ma ci si possono attendere importanti acquisizioni di conoscenza dall'accurata analisi dei ritrovamenti costieri e di quanto potrà essere recuperato con le tecniche dell'archeologia subacquea.
Nell'attesa, per non smarrirsi nei dubbi e nelle più fantasiose congetture, mi sembra che l'atteggiamento più equilibrato sia quello di allontanare qualsiasi preconcetta preclusione verso Polibio [3] - che venne peraltro ritenuto massimamente autorevole ("bonus auctor in primis") dal pur smaliziato Cicerone [4] - e lasciare che la ricostruzione storica permanga essenzialmente basata sul suo racconto, verificandone accuratamente la verosimiglianza e la coerenza con ogni altra informazione disponibile.
In tale ottica, inoltre, data la spiccata natura navale del conflitto,
appare indispensabile riferirsi al quadro generale della storia di Roma
vista sotto l'ottica navale e marittima [5],
considerando, in particolare, sia le esigenze marittime dell'Urbe e le
esperienze navali dei Romani prima del confronto diretto con i Cartaginesi,
sia la riprova delle superiori capacità navali acquisite in questa
guerra, alla luce dei successivi eventi significativi attraverso i quali
i Quiriti sono pervenuti a quell'assoluto dominio del mare su cui
si è instaurata la Pax Augusta [6].
Prima di trarre le conclusioni, si impone una breve digressione in merito a quella linea di pensiero (serpeggiante un po' ovunque, con prevalenza nel mondo anglosassone) secondo cui i Romani sarebbero stati del tutto privi di familiarità con il mare ed avrebbero transitoriamente superato la loro avversione solo quando costretti dagli eventi, in mancanza di qualsiasi altra alternativa, ricorrendo comunque all'esperienza di comandanti ed equipaggi non romani, provenienti dalle ben più qualificate marinerie d'Italia e del mondo ellenico. Innanzi tutto dovremmo chiederci come mai i Romani stessi considerarono autentici Romani il campano Nevio, l'apulo Ennio, il reatino Varrone, l'arpinate Cicerone e poi perfino i transpadani Virgilio e Tito Livio, mentre questo moderno snobismo barbarico non sa trattenersi dall'arricciare il naso nell'apprendere che le vele di una nave romana vennero sciolte anche da qualche marinaio proveniente da Anzio, o da Terracina, o dalle coste della Campania Felix, predilette dai Quiriti (lo stesso ragionamento va esteso, nel periodo dell'Impero, ai marinai provenienti da qualsiasi parte del Mediterraneo, visto che perfino gli imperatori di Roma furono, in maggior parte, di origine non italiana) [95]. Occorre poi osservare che i comandanti delle flotte della Repubblica furono tutti Romani (trascurando, nel I secolo a.C., la "scandalosa" decisione di Verre di nominare un Siracusano al comando della flotta siciliana [96]), ed essi non avevano alcuna propensione a delegare le funzioni di propria competenza; e, poiché le decisioni a livello strategico sulla gestione del potere marittimo risalivano evidentemente al massimo livello politico di Roma (ai consoli e soprattutto al Senato), dobbiamo riconoscere che l'utilizzo del mare e delle flotte era indiscutibilmente soggetto ad una volontà esclusivamente romana. Allo stesso modo, tutto romano fu l'impulso per lo sviluppo dei traffici commerciali marittimi; tipicamente romano fu il pragmatico sfruttamento di ogni possibilità di trasporto navale, così come il perfezionamento delle costruzioni navali con l'introduzione di soluzioni sofisticate ed innovative (come quelle rilevate sulle stupefacenti navi di Nemi, ed ora riscontrabili con le tecniche dell'archeologia subacquea anche su altri scafi); assolutamente romana fu l'inventiva e la concreta capacità realizzatrice di imponenti opere marittime (costruzione di grandiosi porti artificiali, scavo di canali navigabili, creazione di una vera e propria rete di fari sulle coste mediterranee ed oceaniche, impianto di parchi marini e di estesi complessi di vasche per l'allevamento dei pesci, ecc.); squisitamente romana fu la voglia di godere della bellezza e delle piacevolezze del mare costruendosi le ville quanto più possibile vicine alla riva, lungo le coste delle regioni più amene o nell'incantata tranquillità delle isole. Non sembra quindi sufficiente supporre che vi fosse presso i Romani solo una rassegnata accettazione di ineludibili impegni marittimi, essendovi invece l'evidenza di una profonda conoscenza dell'ambiente marittimo, di una intima confidenza con esso e di un vero e proprio amore per il mare. Detto questo, possiamo senz'altro adottare il parere espresso da Michel Reddé, che non esita a classificare quei pregiudizi come dei "clichés, dont la fausseté est éclatante" [97].
Dall'esame degli aspetti navali e marittimi della storia di Roma nel periodo antecedente la prima guerra Punica, emerge con sufficiente chiarezza come i Romani avessero già da tempo costituito una piccola marina da guerra ed acquisito una discreta esperienza navale. Inoltre, essendo in possesso di una marina mercantile in rapido accrescimento e di traffici navali di rilevante interesse strategico, essi dovevano necessariamente prefiggersi l'acquisizione di una piena autosufficienza nella tutela dei propri interessi marittimi. Ma poiché questo obiettivo non poteva essere perseguito senza incontrare l'ostilità di Cartagine, Roma doveva conquistarsi la libertà di navigazione sottraendo alla potenza navale punica la supremazia in mare. E per ottenere tale risultato, il cui conseguimento non avrebbe potuto essere né rapido né indolore, essa doveva far compiere alla propria marina da guerra un vistosissimo salto di qualità ed impegnare ingentissime risorse.
La ricostruzione del conflitto - basata prevalentemente su Polibio, ma anche confortata dalle altre più frammentarie fonti disponibili - risulta coerente con le premesse. Il dominio del mare fu perseguito dai Romani con straordinaria determinazione, a prezzo di notevolissime perdite (fra 700 e 800 navi da guerra, di cui oltre 600 affondate in occasione di tempeste), e fu conseguito nell'arco un ventennio (261-241), a coronamento di un gigantesco ed indomabile impegno sul piano prettamente navale, dopo aver inflitto alla rivale cinque sconfitte navali (contro una sola subita) e la perdita di circa 530 navi da guerra (oltre 250 affondate; le altre catturate).
I successivi sviluppi della storia di romana appaiono confermare anch'essi la credibilità di quella ricostruzione, risultando come la naturale continuazione della linea politica che si era orientata con decisione in direzione del mare e che aveva caparbiamente lottato per affermarsi su di esso. I grandi eventi marittimi della fase dell'espansione transmarina lasciano infatti comprendere che, anche quando pressati da gravissime emergenze interne, i Romani continuarono a cogliere tutte le occasioni favorevoli per consolidare il proprio potere marittimo; dopo essersi confrontati per mare con tutte le maggiori - e certamente non remissive - potenze navali dell'epoca, essi riuscirono a pervenire al dominio dell'intero Mediterraneo ed a creare in quel bacino un Impero dalle connotazioni genuinamente marittime.
In definitiva, la prima guerra Punica, così come riusciamo per
ora a ricostruirla, appare inserirsi in modo del tutto armonico nel lungo
cammino che portò il piccolo popolo dei Quiriti a diffondere la
civiltà romana su tutte le sponde del mondo allora conosciuto.
Essa risulta inoltre assolutamente determinante ai fini della prosecuzione
di quel cammino, che sarebbe stato inconcepibile se i Romani non fossero
stati in grado di affrontare i Cartaginesi e di vincerli sul mare.
[ 1] Flor. I, 18, 1 e I, 47, 1.
[ 2] Polyb., I, 10-64 e III, 27.
[ 3] Pietro Janni, Il mare degli Antichi, edizioni Dedalo, Bari, 1996; pag. 275.
[ 4] Cic., De off., III, 32.
[ 5] Domenico Carro, Classica (ovvero "Le cose della Flotta") - Storia della Marina di Roma - Testimonianze dall'antichità, Rivista Marittima, Roma, 1992-2003 (12 volumi).
[ 6] Domenico Carro, Maritima - La Marina di Roma repubblicana, Forum Editore, Roma, 1995.
[95] Massimo Pallottino, Storia della prima Italia, Rusconi Libri, Milano, 1994; pagine 190-192.
[96] Cic., Act. II in Verr., V, 31-32 e 52.
[97] Michel Reddé, Mare Nostrum - Les infrastructures, le dispositif et l'histoire de la Marine Militaire sous l'Empire Romain, École Française de Rome, Roma, 1986; pagine 135-136.
