Capitolo I del volume: « Pirati di ieri e di oggi »
Supplemento alla Rivista Marittima Dicembre 2009, pp. 12-18

I pirati dell'antichità


di DOMENICO CARRO


«il pirata non rientra fra i legittimi nemici di guerra,
ma è il comune nemico di tutto il genere umano»

(Cicerone, De Off., III, 107)

Quando fu preso in ostaggio dai pirati, il giovane Cesare li schernì, li insolentì e li diffidò, promettendo loro la condanna a morte non appena fosse tornato libero. Era stato catturato in mare nel 75 a.C. mentre navigava in pieno inverno verso Rodi, ove doveva frequentare un corso di retorica. Ma non era solo uno studente venticinquenne: possedeva già un’esperienza di guerra contro i pirati, avendo partecipato tre anni prima alla vigorosa spedizione navale condotta dal proconsole Publio Servilio Vatia contro la Cilicia. Sapeva bene, pertanto, di che pasta fossero fatti i suoi carcerieri, e non ebbe dubbi su come comportarsi. Non appena il legno a bordo del quale si trovava sequestrato si ormeggiò nel porto di Mileto, egli inviò i propri servitori a terra per farsi prestare tutto il denaro occorrente. In poco più di un mese, riuscì a mettere insieme una somma ingente. Consegnò ai pirati l’importo stabilito per il proprio riscatto. Tornato libero, si procurò diverse navi. Le armò. Con quella flottiglia salpò di notte da Mileto alla ricerca dei pirati. Li sorprese alla fonda in una caletta poco lontano. Li assalì, ne catturò un buon numero, li portò in catene a Pergamo e li fece mettere a morte, proprio come aveva preannunciato.
Questo brillante successo personale fu però pressoché irrilevante a fronte dell’enorme dimensione assunta dalla pirateria in quel periodo. Cos’era dunque successo? Come mai si era giunti a tale situazione?

Sin dagli albori della navigazione la pirateria si era manifestata come una piaga endemica, visto che la vastità delle distese marine consentiva ai più scaltri di predare con ampie garanzie di impunità. In effetti, quasi tutte le popolazioni marinare dell'antichità classica ebbero, soprattutto nell'epoca più arcaica, delle frange dedite alla pirateria: vi furono dei pirati fenici, dei pirati etruschi, dei pirati greci provenienti dalle più disparate regioni dell’Ellade. Le grandi potenze navali cercarono di imporre a quelle rivali la rinunzia alla pirateria in determinate aree, come fecero i Cartaginesi nel loro secondo trattato navale con i Romani (IV sec. a.C.), ma ciò non poté certamente evitare che gli arrembaggi continuassero altrove, nella sconfinata estensione delle acque non interdette. Vennero anche condotte delle ricorrenti campagne navali contro i pirati da parte delle maggiori flotte da guerra, come quelle degli Ateniesi, dei Rodii e degli Alessandrini, ma sempre entro aree piuttosto ristrette e con risultati comunque effimeri.

Per tale motivo, sia nel mondo ellenico che in quello ellenistico, qualsiasi viaggiatore era terrorizzato dall’incombente rischio di essere intercettato da qualche nave predatrice: la letteratura greca abbonda di racconti di viaggi condizionati da tale minaccia. D’altronde, la presenza dei pirati era talmente comune, che assunse un certo rilievo perfino nella mitologia: gli Ateniesi dedicarono un tempio agli dèi Castore e Polluce, che avevano liberato la loro città dai pirati; dopo aver cacciato i predoni dal mare Egeo, questi stessi gemelli divini parteciparono alla spedizione navale degli Argonauti, che furono a loro volta scambiati per pirati dagli abitanti di Cizico. Eumeo, il servitore fedele di Ulisse, era stato rapito dai corsari fenici e ridotto in schiavitù; analogamente, la principessa Issipile, figlia del re di Lemno e nipote di Dioniso, fu catturata dai pirati e venduta. Al dio Imene, che presiedeva ai matrimoni, veniva attribuita la liberazione di alcune fanciulle rapite dai pirati; anche Bellerofonte, figlio di Glauco, risultava aver sgominato una masnada di filibustieri che infestava le acque della Caria. La ninfa Pimplea venne rapita dai pirati e tenuta prigioniera in Frigia, ove si recò per liberarla il pastore siciliano Dafni (figlio di Mercurio), a sua volta salvato in extremis dall'intervento di Ercole; lo stesso Ercole dovette compiere la sua ultima fatica nel giardino delle Esperidi, le sette ninfe che erano state rapite dai pirati: egli uccise questi ultimi e riconsegnò le fanciulle al loro padre Atlante. La fama di audacia ed efferatezza dei pirati era talmente radicata nell'Ellade, che venne immaginato perfino un loro empio tentativo di catturare in mare una divinità maggiore, qual’era Dioniso: il dio si difese tuttavia con tutti i suoi poteri soprannaturali, terrorizzando gli assalitori, che si gettarono in mare, finendo trasformati in giocosi delfini.

Quanto ai Romani, è ben nota la loro indole più concreta e pragmatica. Fin dai primi secoli della loro storia, essi ebbero la necessità di utilizzare il commercio marittimo per i rifornimenti alimentari vitali dell'Urbe. Dovettero pertanto adottare molto presto delle misure idonee a limitare le perdite provocate dagli arrembaggi, utilizzando alcune delle navi da guerra allora in uso, ovvero le pentecontere, poi sostituite dalle poliremi. Ma, negli annali di Roma, dei pirati apparvero per la prima volta solo nel IV secolo a.C., quando intercettarono, dalle isole Lipari, una trireme romana in rotta verso Delfi e quando si fecero vedere, alcuni decenni dopo, sulle coste del Lazio: i primi mostrarono rispetto nei confronti di Roma, mentre i secondi furono costretti a sloggiare.
Una ben più grave minaccia agli interessi romani fu originata nel secolo successivo da Teuta, regina degli Illiri, che permise ai suoi di pirateggiare nell’Adriatico contro il traffico mercantile delle marinerie d’Italia. Pertanto, fallita la trattativa diplomatica, Roma intraprese la prima guerra Illirica (229-228 a.C.) inviando oltremare una flotta di 200 navi da guerra ed un numero doppio di onerarie per il trasporto delle legioni, e costringendo infine la regina ad accettare delle drastiche limitazioni ai movimenti delle proprie navi.

A partire da pochi decenni dopo e per più di un secolo, il crescente vigore del potere marittimo di Roma indusse diversi sovrani ad un uso spregiudicato della pirateria in funzione di sostegno indiretto, non convenzionale e para-terroristico, alle proprie mire aggressive ed espansionistiche. Iniziò Filippo V, re di Macedonia, assegnando delle navi a Dicearco d'Etolia per condurre la guerra da corsa nell’Egeo (II guerra Macedonica: 200-197 a.C.); seguì Nabide, tiranno di Sparta, avvalendosi dei pirati cretesi per rendere innavigabili le acque a sud del Peloponneso (guerra Spartana: 195 a.C.); replicò Antioco III il Grande, re di Siria, fruendo del concorso del capo-pirata Nicandro nell’Egeo e dello Spartano Ibrista con i pirati di Cefalonia nello Ionio (guerra Siriaca: 191-190 a.C.). Dopo aver felicemente rimosso le predette minacce, i Romani sconfissero anche la pirateria esercitata dai Liguri nel Mediterraneo occidentale (182-181 a.C.), dagli Istri e dagli Illiri nell’Adriatico e nell’alto Ionio (178 e 168 a.C.), nonché dai Baleari sulle rotte per la Spagna (123-122 a.C.).

Nel frattempo era germinata sulle coste della Cilicia una rude comunità di pirati destinata ad assurgere ad un tale livello di potenza da condizionare significativamente la gestione delle crisi e dei conflitti nell’intero Mediterraneo. L’impulso fondamentale per questo straordinario sviluppo venne fornito, con immensa disponibilità di risorse, da Mitridate VI Eupatore, l’ambizioso e spietato re del Ponto (112-63 a.C.), nella sua smodata brama di egemonia panellenica. Ma la pirateria di matrice cilicia non giocò un ruolo di grande rilievo solo nelle tre guerre Mitridatiche, in cui si illustrarono dei capi-pirati come Isidoro e Seleuco; essa riuscì ancor prima ad ingerirsi cinicamente nei principali conflitti interni subiti da Roma fra gli ultimi decenni del II sec. a.C. ed i primi decenni del secolo successivo, schierandosi sempre dalla parte dei sediziosi. Dei Cilici comparvero infatti a fianco dei rivoltosi nelle tre guerre servili: Cleone ebbe un ruolo da luogotenente nella prima (135-132 a.C.), Atenione capeggiò gli insorti nella seconda (104-101 a.C.), mentre altri pirati cilici, probabilmente capeggiati da Eracleone, si misero a disposizione di Spartaco nella terza (73-71 a.C.). Dei pirati cilici intervennero contro Roma anche nella guerra Sociale (90-89 a.C.), in cui si distinse il capo-pirata Agamennone, ed in quella Sertoriana (81-72 a.C.), operando con le loro navi dalla base navale di Dianio, in Spagna.

I Romani reagirono prontamente e reiteratamente al palesarsi della nuova e crescente minaccia, conducendo una nutrita serie di operazioni navali specificamente dirette contro di essa: nell’ordine, la I guerra piratica in Cilicia (102 a.C.) affidata a Marco Antonio l’Oratore; la campagna contro i pirati in Egeo intrapresa da Lucio Licinio Murena (84 a.C.); la II guerra piratica in Cilicia (78-75 a.C.) comandata da Publio Servilio Vatia, che giunse fin nel covo di Zenicete, il più potente dei capi pirati; la III guerra piratica (74-70 a.C.) felicemente condotta da Marco Antonio “il Cretico” nel mar Ligure, nelle acque spagnole e nelle acque elleniche, ma interrottasi a Creta in una situazione di stallo; la guerra piratica in Sicilia (69 a.C.) vinta da Lucio Cecilio Metello, che liberò l’isola dal capo pirata Pirganione; la guerra Cretica (69-68 a.C.) vinta da Quinto Cecilio Metello, che sottomise l’isola dopo avervi annientato i pirati.
Nonostante i validi successi conseguiti dalle flotte romane e dalle relative forze imbarcate, l’ampia dispersione del nemico e la sua natura sfuggente non consentirono ad alcuna delle predette operazioni di inibire in modo permanente l’aggressività della pirateria cilicia. Successe, anzi, l’esatto contrario, poiché i lauti proventi delle guerre Mitridatiche continuarono ad alimentare ed a rinvigorire le forze dei malviventi, mettendo questi ultimi in condizione di moltiplicare ossessivamente le loro incursioni in mare e sulle coste.

Per tale motivo, non appena ne ebbero la possibilità, essendo finalmente liberi da impegni interni ed esterni particolarmente impellenti, i Romani attribuirono la massima priorità alla guerra piratica, dedicandovi tutte le migliori risorse. Investito del comando supremo e di poteri eccezionali, disponendo di 500 navi da guerra, Pompeo Magno suddivise il Mediterraneo in 13 aree di responsabilità che assegnò ai suoi luogotenenti unitamente ai reparti navali necessari per eseguirvi i rastrellamenti. Avviata l’operazione, mentre tutte le aree venivano perlustrate contemporaneamente, Pompeo con 60 navi fece dei controlli nelle aree strategicamente più importanti di entrambi i bacini del Mediterraneo, iniziando da ponente e portandosi poi verso levante fino alle acque della Cilicia, ove erano affluite tutte le navi piratiche sottrattesi ai pattugliamenti romani. Sbaragliata quella flotta in battaglia navale, catturò o incendiò tutti gli scafi dei nemici e distrusse gli insediamenti a terra, portando a termine quella guerra in meno di tre mesi (primavera-estate 67 a.C.), liberando definitivamente il Mediterraneo dalla pirateria cilicia e, come venne ufficialmente riconosciuto, restituendo ai Romani l’imperium maris: il dominio del mare.

Questo non vuol dire, ovviamente, che in epoca romana il Mediterraneo rimase, dopo Pompeo, sempre esente da qualsiasi forma di pirateria. Il dominio del mare non è come quei trofei che si possono ostentare tutta la vita dopo aver vinto una sola gara. Esso è il frutto di un’azione di vigilanza e di dissuasione adeguatamente estesa, credibile ed a carattere continuativo. Lo comprese perfettamente Ottaviano Augusto, ben consigliato dal suo fraterno amico e braccio destro Marco Agrippa, che si dimostrò il più grande ammiraglio di tutti i tempi. Quest’ultimo, dopo aver costruito, armato ed addestrato una nuova flotta perfettamente efficiente, liberò il Tirreno ed il mar Siculo dalla rovinosa pirateria orchestrata da Sesto Pompeo (37-36 a.C.), liberò anche l’Adriatico dalla pirateria esercitata dai Liburni a partire dal golfo del Quarnaro (35-33 a.C.), e poi, avendo consentito con la vittoria navale di Azio l’instaurazione della pace sulla terra e sui mari (29 a.C.), pose le fondamenta per l’istituzione, da parte di Augusto, delle flotte imperiali permanenti, distribuite nelle principali basi navali dell’Impero. Furono queste flotte, con il loro silenzioso ma incessante servizio, ad inibire il rifiorire della pirateria e ad assicurare la tutela della legalità in mare secondo la legge di Roma, che garantiva a tutti la libertà della navigazione.

Nel periodo dell’alto Impero, pertanto, gli inevitabili tentativi di ricostituire qualche forma di pirateria organizzata furono numericamente trascurabili ed ebbero vita breve. Fra di essi, si ricordano: un’effimera ripresa delle incursioni piratiche ad opera degli Isauri nelle acque sarde (6 d.C.), situazione prontamente sanata da Augusto; dei saccheggi piratici contro i Galli ad opera di navi germaniche (47 d.C.), poi affondate dalle triremi romane di Corbulone; il ricorso alla pirateria da parte dei Giudei di Giaffa, battuti dai Romani e dalla burrasca, nonché un’analoga presenza piratica giudaica sul lago di Tiberiade, annientata dalle navi di Vespasiano (67 d.C.). In quella stessa epoca, se i mari che bagnavano le coste dell’Impero erano accuratamente controllati dalle flotte romane, lo stesso non poteva avvenire lungo le rotte commerciali esterne, come quelle verso l’India e la Cina. Pertanto, per i viaggi nell’oceano Indiano, che avevano frequenza annuale (essendo cadenzati secondo i monsoni), le navi romane venivano dotate di coorti di arcieri incaricati di respingere i frequenti attacchi dei pirati.

La capacità delle flotte romane di garantire la sicurezza della navigazione iniziò a deteriorarsi progressivamente con l’avanzare della decadenza; e questa fu, a sua volta, causa e conseguenza delle invasioni barbariche, visto che la penetrazione dei Goti iniziò con delle incursioni navali di stampo piratesco dal mar Nero verso l’Egeo, in assenza di un idoneo contrasto. La reazione imperiale si limitò infatti al tardivo avvio di sporadiche operazioni velleitarie spesso vanificate da epiloghi incoerenti: missioni condotte da Tenagino Probo contro i pirati Goti (nel 269), che vennero poi accolti nell’Impero; da Carausio contro le piraterie dei Franchi e dei Sassoni, appropriandosi egli stesso dei bottini ed autoproclamandosi poi imperatore in Britannia (286); da Costantino contro la fama di pirateria dei Franchi, di cui saccheggiò inutilmente alcune terre (313). È peraltro chiaro che fu proprio questo imperatore ad infliggere il colpo di grazia alle forze preposte alla difesa dell’Occidente, disarmando Roma e l’Italia, e portando con sé, a Costantinopoli, le migliori risorse navali (330).

Nel bacino occidentale del Mediterraneo, la perduta capacità di opporsi efficacemente alle scorrerie piratiche condotte dai Vandali insediatisi nel nord-Africa fu la premessa del sacco vandalico di Roma (455) e delle reiterate successive incursioni sulle coste d’Italia. La flebile reazione occidentale conseguì due successi onorifici: l’intercettazione e la neutralizzazione, nelle acque della Corsica, di una formazione navale vandalica in rotta verso l’Italia (456) e la messa in fuga, ad opera dell’imperatore Maggioriano, di alcuni pirati (Mauri comandati da un Vandalo) sbarcati sulla costa della Campania (457). Da parte orientale, tre soli imperatori bizantini avviarono delle spedizioni navali contro i Vandali: Teodosio II, la cui imponente forza navale non andò oltre la Sicilia (441), Leone, la cui flotta enorme venne lasciata incendiare dal nemico (471), ed infine Giustiniano, le cui forze poderose, imbarcate su 500 navi – di cui oltre 90 da guerra (inclusi dei nuovissimi dromoni) –, affrontarono i Vandali con un secolo di ritardo, annientandoli, ma lasciando l'Africa del Nord desolatamente spopolata (534).

La successiva vittoria nella guerra Gotica ed il conseguente ritorno temporaneo dell’Italia nella sfera dell’Impero (553) consentì ai Bizantini di consolidare il loro parziale recupero del dominio del mare e li pose al riparo da significative minacce piratiche, sia da parte dell’atipica pirateria barbarica, orientata quasi esclusivamente verso i saccheggi delle coste, sia da parte di quella classica, prevalentemente votata agli abbordaggi in mare. Va peraltro osservato che, in quei tempi lamentevoli, con il drammatico impoverimento generale del nord-Africa e di tutte le altre coste del Mediterraneo, si era praticamente azzerato l’incentivo ad intraprendere la rischiosa attività da fuorilegge dei pirati, essendo svanite le speranze di ricavare lauti guadagni dalle rapine in mare, visto che i traffici commerciali marittimi si erano ridotti a livelli infimi rispetto al periodo aureo dell’alto Impero.

Sotto tale ottica, spicca ulteriormente la straordinaria efficacia della prevenzione precedentemente esercitata dalle flotte dell’antica Roma contro la pirateria in tutti i mari dell’Impero (le cui sterminate coste ed isole non potevano certamente essere presidiate dalle legioni, che erano di consistenza appena sufficiente al controllo dei confini terrestri). Se i Romani riuscirono ad ottenere, con il loro imperium maris, il rispetto delle proprie leggi perfino nell’alto mare, nonostante i notevoli limiti tecnologici esistenti nell’antichità, qualche valido insegnamento dovremmo pur trarlo. Fra i fattori del loro successo vanno indubbiamente annoverati l’organizzazione delle flotte imperiali, che assicurava un’adeguata presenza navale ovunque necessario, e il diritto romano, che forniva ai pirati la certezza della pena. Ma appaiono ancor più importanti due aspetti tipici della mentalità romana: la recisa determinazione, come quella che abbiamo visto sia nel giovane Giulio Cesare sia nella magistrale guerra lampo di Pompeo Magno contro i pirati, ed il radicato senso pratico, che non perdeva mai di vista il fine ultimo e ricercava le soluzioni caso per caso, rifuggendo da ogni dogmatismo.


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